L’orchestra del Titanic suona, mentre il sistema di controllo delle armi nucleari crolla

Il punto di vista di Tariq Rauf

Nella foto: il Presidente Syed Hussin si rivolge all’NPT PrepCom del 2019. Foto di: Alicia Sanders-Zakre, Arms Control Association.

L’autore è stato vice-capo della delegazione per il Trattato di non proliferazione (NPT) per il 2002-2010 dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA) ed è stato presente in qualità di delegato ufficiale a tutti i vertici NPT dal 1987 al 2019. In questa sede egli parla a titolo personale.

NEW YORK (IDN) – La terza e ultima sessione del Comitato preparatorio (PrepCom) della Conferenza del 2020 per la revisione del Trattato di non proliferazione nucleare (NPT), tenutasi alla sede ONU di New York, si è conclusa con un nulla di fatto, a causa di divergenze sui tempi e la latitudine del disarmo nucleare.

All’NPT PrepCom tenutosi dal 28 aprile al 10 maggio 2019, rappresentanti di 150 Stati hanno preso parte alle discussioni e sono state fatte 106 dichiarazioni durante la discussione generale; è seguito un gran numero di ulteriori dichiarazioni, talvolta ripetitive, su tre macrogruppi di questioni: (1) disarmo nucleare e garanzie di sicurezza; (2) verifiche in campo nucleare (garanzie IAEA), zone libere da armi nucleari e questioni regionali, fra cui quelle relative al Medio Oriente, la Corea del Nord e il Sud asiatico; (3) uso pacifico dell’energia nucleare, processo di revisione dell’NPT e disposizioni sul recesso dal Trattato.

Nel 2020, l’NPT raggiungerà i 50 anni di vigenza dal 1970, 25 da quando il Trattato è stato prorogato sine die nel 1995, diventando uno strumento permanente. Con 191 Stati parte, l’NPT è generalmente considerato la testata d’angolo del regime globale di governo del nucleare; esso disciplina la non proliferazione nucleare, il disarmo nucleare e l’uso pacifico dell’energia nucleare.

È considerato un grande successo per la sua capacità di fermare la proliferazione delle armi nucleari, di cui ha ristretto il possesso a nove Stati (in ordine cronologico: Stati Uniti, Unione Sovietica/Federazione Russa, Gran Bretagna, Francia, Cina, Israele, India, Pakistan e Corea del Nord), anche se gli ultimi tre Stati citati non hanno mai firmato l’NPT e la Corea del Nord si è ritirata dal Trattato nel 2003.

Molti Paesi occidentali si stanno adoperando per festeggiare i cinquant’anni dell’NPT nel 2020 illustrando le diffusissime applicazioni pacifiche dell’energia nucleare (ad esempio nell’agricoltura, nella produzione di elettricità, nella sanità umana e nella desalinizzazione) e rafforzando le capacità di verifica in campo nucleare dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, senza dare troppa enfasi alla mancata eliminazione delle armi nucleari.

Dall’altra parte, molti Paesi senza armi nucleari dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina fanno notare come la promessa dell’NPT di mettere fine all’era delle armi nucleari rimanga, in gran parte, non esaudita.

Generalmente parlando, ai vertici NPT gli Stati si dividono in gruppi politici, il più grande dei quali è il Gruppo dei Paesi non allineati (NAM), circa 122; il Gruppo occidentali e altri (WEOG), di cui fanno parte i Paesi occidentali (UE, NATO, Canada, USA) più Australia, Giappone, Corea del Sud e Nuova Zelanda; infine il Gruppo orientale, di cui fanno parte Federazione Russa, Bielorussia, Ungheria, Polonia e alcuni altri Paesi dell’Europa dell’Est (compresi alcuni UE e NATO).

Esistono poi gruppi tematici, come: la Coalizione per una nuova politica (NAC) di Brasile, Egitto, Irlanda, Messico, Nuova Zelanda e Sudafrica; la Iniziativa per la non proliferazione e il disarmo (NPDI) di Australia, Canada, Cile, Germania, Giappone, Messico, Paesi Bassi, Nigeria, Filippine, Polonia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti; il Gruppo dei dieci di Vienna di Australia, Austria, Canada, Danimarca, Finlandia, Ungheria, Irlanda, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Norvegia e Svezia; il Gruppo per il “de-alerting” (delle armi nucleari) di Cile, Malesia, Nuova Zelanda, Nigeria, Svezia e Svizzera; i P-5, gli Stati con armi nucleari (Cina, Francia, Federazione Russa, Gran Bretagna e USA); il Gruppo degli Stati arabi, e altri ancora.

Abbiamo perciò un’incredibile varietà di gruppi di Stati, ciascuno dei quali porta avanti visioni convergenti e divergenti. Il risultato è che raggiungere il consenso o l’accordo è ancora più difficile.

Il mandato del Comitato preparatorio è duplice: (1) portare a termine i preparativi procedurali per la successiva conferenza di revisione, fra cui un accordo sulle date delle successive due sessioni del PrepCom, le regole di procedura, l’ordine del giorno e il programma dei lavori, e l’approvazione del Presidente della conferenza di revisione; (2) formulare “raccomandazioni” su questioni relative ai “tre pilastri” del Trattato: la non proliferazione nucleare, il disarmo nucleare e l’uso pacifico dell’energia nucleare, oltre alle garanzie di sicurezza per gli Stati privi di armi nucleari e alle questioni regionali.

La sessione di quest’anno del PrepCom, come quelle precedenti, è riuscita a portare a termine i preparativi procedurali e ha appoggiato, in linea di principio, la candidatura dell’Ambasciatore Rafael Grossi (Rappresentante Permanente d’Argentina presso l’Agenzia internazionale per l’energia atomica e altre organizzazioni internazionali a Vienna) a Presidente della Conferenza del 2020 per la revisione dell’NPT. Tuttavia, così come negli anni precedenti, gli Stati parte non sono riusciti a superare le loro profonde divergenze e, pertanto, non hanno trovato l’accordo su nessuna “raccomandazione”, benché tali raccomandazioni siano meramente indicative e non vincolanti per la conferenza di revisione.

Si è scritto molto sulle preoccupazioni e le denunce suscitate dall’attuale deplorevole stato delle relazioni internazionali, dai conflitti politici e militari, dal declino del multilateralismo in favore dell’unilateralismo e del perseguimento di egoistici interessi nazionali.

Eppure, proprio come i senatori romani dibattevano sul sesso degli angeli mentre la città bruciava, i diplomatici contemporeanei non sembrano in grado di evitare il crollo totale del sistema di controllo delle armi nucleari, aprendo così la strada a una nuova, pericolosa corsa agli armamenti, con un rischio più elevato di utilizzo accidentale o deliberato delle armi nucleari.

L’argomento centrale del dibattito sono, appunto, le armi nucleari. Fin dalla primissima conferenza di revisione dell’NPT nel 1975, il principale terreno di scontro è il disarmo nucleare, richiesto dall’articolo VI del Trattato. I cinque Stati parte dotati di armi nucleari (NWS) e i loro alleati tradizionalmente condizionano il disarmo a valutazioni di sicurezza nazionale e internazionale, e all’applicazione del disarmo ad armi convenzionali e di altro tipo. ¶

Al contrario, generalmente parlando, la maggior parte degli Stati privi di armi nucleari mette l’accento sull’attuazione dell’articolo VI dell’NPT. Negli anni, gli Stati occidentali hanno promosso il cosiddetto “approccio graduale” o “mattone su mattone” per arrivare al disarmo: in pratica, dopo l’NPT dovrebbe esserci un Trattato per la messa al bando completa dei test nucleari, seguito da un trattato per il controllo dei materiali fissili, per poi passare a ulteriori step non specificati. Al contrario, i NAM propongono un programma scandito in fasi con un calendario definito per l’eliminazione totale delle armi nucleari tramite un’apposita convenzione.

I proponenti il Trattato per la proibizione delle armi nucleari (TPNW), adottato da 122 Stati nel luglio del 2017, hanno saggiamente scelto di non usare tale trattato come argomento centrale delle loro dichiarazioni nel macrogruppo disarmo. In tal modo, hanno prevenuto gli oppositori a oltranza di tale strumento, timorosi che il PrepCom venisse monopolizzato dal TPNW.

Un elemento di novità, tuttavia, è venuto dagli Stati Uniti all’NPT PrepCom del 2018 a Ginevra, con la proposta di “Creare le condizioni per il disarmo nucleare” (CCND), mandando in soffitta misure già concordate e risalenti alle conferenze di revisione dell’NPT del 1995, 2000 e 2010.

Al PrepCom di quest’anno, gli Stati Uniti hanno riformulato la loro proposta CCND passando alla “Creazione di un ambiente per il disarmo nucleare” (CEND). Questo nuovo approccio si basa sul fatto che quello precedente, graduale, non ha portato risultati. Sarebbe perciò necessario percorrere una strada completamente nuova per creare le condizioni e un ambiente suscettibili di portare a ulteriori riduzioni delle armi nucleari con il coinvolgimento di tutti i possessori di tali armi.

L’approccio CEND statunitense ha improvvisamente scaraventato gli alleati di ferro degli Stati Uniti, accaniti sostenitori dell’approccio graduale, del “mattone sul mattone” o del “pietra su pietra”, nel pozzo nero dell’unilateralismo, a sognare a occhi aperti che arrivino magicamente nuove coordinate e un nuovo mondo inesplorato del controllo delle armi nucleari. [IDN-InDepthNews – 20 maggio 2019]

Nella foto: il Presidente Syed Hussin si rivolge all’NPT PrepCom del 2019. Foto di: Alicia Sanders-Zakre, Arms Control Association.